Newsletter della scuola e dell'educazione

    505.BAILAMME. Custodire l’umano nell’epoca dell’immersione nella tecnologia

    505.BAILAMME. Custodire l’umano nell’epoca dell’immersione nella tecnologia

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    Ogni questione educativa pone, anzitutto all’adulto, la questione di fondo: rischio od opportunità? Lo smartphone o i device digitali per i nostri figli sono un rischio o un’opportunità? Noi crediamo che ogni esperienza educativa sia occasione di crescita anche nelle situazioni più problematiche, ma anche che le situazioni più difficili e complesse -se vissute con la vicinanza di un adulto o di un amico / amica fidata- possono trasformarsi in opportunità, cioè in un’occasione di crescita.

    I RISCHI della TECNOLOGIA

    genans

    In relazione allo smartphone e ai device digitali è sempre più forte la consapevolezza dei loro rischi. Jonathan Haidt ci racconta «come i social hanno rovinato i nostri figli» nel suo recente libro LA GENERAZIONE ANSIOSA, mostrandoci come ci sia stata una "riconfigurazione" che ha interferito con lo sviluppo di bambini e adolescenti causando ansia, privazione del sonno, frammentazione dell’attenzione, dipendenza, paura del confronto sociale. E mentre ne espone le disastrose conseguenze chiama alle armi genitori, insegnanti, aziende tecnologiche e governi affinché salvino la “salute mentale” dei più giovani. Infatti la Generazione Z è la prima ad attraversare la pubertà con in tasca un portale verso una realtà alternativa, eccitante, ma pericolosa. È la prima ad aver sperimentato la transizione da un’infanzia basata sul gioco a un’infanzia basata sul telefonino, ma anche da un’infanzia libera a una ipercontrollata: mentre gli adulti hanno infatti iniziato a proteggere eccessivamente i bambini nel mondo reale, li hanno lasciati privi di sorveglianza in quello online. Un libro di denuncia nel quale l'autore - autorevole psicologo americano – ci fa avvertiti che l'avvento degli smartphone abbia riconfigurato l'infanzia, condizionando pesantemente in negativo lo sviluppo neurologico e sociale degli adolescenti. In concreto, la cosiddetta Generazione Z (quella, cioè, dei nati dopo il 1995) si è ritrovata di colpo il mondo dei social a portata di mano, ventiquattr'ore su ventiquattro, senza essere per nulla preparata a questo radicale ed epocale cambiamento. Lo smartphone, infatti, è sempre acceso, onnipresente, pronto a squillare anche di notte: ed è responsabile, secondo Haidt, dell'impennata tra i giovani di tutta una serie di patologie psicologiche. Non usa mezzi termini l'autore: “Tra il 2010 e il 2015, la vita sociale dei teenager americani si è trasferita in gran parte sugli smartphone con accesso continuo a social media, videogame e altre attività online. Sostengo che questa Grande Riconfigurazione dell'Infanzia sia l'unica e sostanziale ragione alla base dell'ondata di malattie mentali tra gli adolescenti iniziata nei primi anni Dieci del Duemila" (p. 59). Occorre pertanto vigilare affinché i giovani usufruiscano dello smartphone con le dovute precauzioni.

    L'aspetto più forte del libro di Haidt è la profusione di dati statistici. C'è chi ha contestato all'autore che non possa stabilirsi una correlazione certa tra l'impennata delle patologie psichiche giovanili e l'avvento degli smartphone; ma Haidt ha buon gioco a rilevare che, se fosse solo una coincidenza, non si avrebbe una mole così ingente, granitica, compatta di dati che puntano tutti, inesorabilmente, nella stessa direzione. L'elenco - sempre con l'impennata del grafico a partire dai primi anni Dieci del Duemila - è impressionante: depressione (p. 34), ansia (p. 37), accessi al pronto soccorso per autolesionismo (p. 42), tasso di suicidi tra gli adolescenti (p. 43). In tutti i casi, il grafico registra un'impennata che, in gergo statistico, si definisce "a bastone da hockey", icastica espressione che non necessita di ulteriori chiarimenti. Le regioni di questo disastro sono molteplici, ma una in particolare deve invitare a una riflessione: lo smartphone crea una patologica dipendenza dai "like", secondo una logica perversa che tende a emarginare, con conseguente ansia e crisi d'identità, tutti coloro che non ricevono la giusta dose di approvazione nel mondo virtuale. Come una valanga che si ingrossa man mano che scende a valle, la ricerca spasmodica del like causa deficit di attenzione, deprivazione del sonno, corsa sfrenata all'omologazione. Haidt suggerisce di rispettare quattro regole di comportamento per contrastare questa emergenza psicologica di massa:: 1) niente smartphone prima delle scuole superiori; 2) niente social media prima dei sedici anni; 3) a scuola senza cellulare; 4) più gioco senza supervisione e più indipendenza. Ma il punto cruciale è a monte, e consiste nel rendersi conto che il problema esiste, è grave e va affrontato con decisione. La conclusione è un accorato appello in questo senso: "Ho iniziato questo libro con la storia fantastica di un imprenditore tecnologico che porta via i bambini dalla Terra per farli crescere su Marte, senza il consenso dei loro genitori. È impensabile che lasceremmo mai accadere una cosa del genere. Ma, per certi versi, lo abbiamo fatto. I nostri figli potranno anche non essere su Marte ma neanche sono del tutto presenti qui con noi. [...] La Grande Riconfigurazione dell'Infanzia, da basata sul gioco a basata sul telefono, è stata un fallimento di proporzioni catastrofiche. È tempo di mettere fine all'esperimento. Riportiamo a casa i nostri figli" (p. 350).

    ESSERE E RESTARE UMANI  NELL’EPOCA TECNOLOGICA

    oltre

    E tuttavia non possiamo negare di essere immersi nel mondo onlife, connessi in continuazione, con le grandi opportunità che la tecnologia ci offre. Nell’opera OLTRE LA TECNOFOBIA (di Vittorio Gallese, Stefano Moriggi, Pier Cesare Rivoltella) si utilizza un approccio che legge «il digitale dalle neuroscienze all’educazione»

    Dopo una prima analisi che supera la contrapposizione tra gli ottimisti e i catastrofisti, gli autori si interrogano su cosa significhi essere e restare umani in un’epoca in cui le tecnologie digitali stanno effettivamente ridisegnando soglie e confini (fisici e culturali) attraverso cui attribuiamo quotidianamente significato al mondo e i modi in cui abitiamo l’inedito spazio-tempo che si rende disponibile. In questa direzione, si avvia un’analisi critica delle più diffuse narrazioni con cui molti ancora si illudono di comprendere, metabolizzare e gestire l’innovazione tecnologica, cercando invano di venire a capo di una clamorosa transizione culturale con gli strumenti spuntati del “buon senso”. Il catalogo è ampio: l’uso e non l’abuso, quando è il caso – perché no? – anche il divieto non guasta. Per non dire poi del ricorso, più o meno consapevole, a una versione raffazzonata dell’antica algebra morale o prudenziale (Franklin, 1817) da parte di sedicenti progressisti che si spendono nella compilazione di elenchi di rischi e opportunità. Come se gli uni e le altre fossero – concettualmente e praticamente – distinguibili e separabili. Qui gli autori di smascherano la fragilità epistemologica di un diffuso “bon ton digitale” che si declina in molteplici strategie educative e provvedimenti prudenziali. E che, tendenzialmente, cerca (e trova) consensi e legittimazione – anche a livello istituzionale – proponendosi come l’erede di un Umanesimo di cui, a ben vedere, incarna solo una variante distorta e folkloristica. Quale plausibile alternativa, si condivide un approccio metodologico – l’archeologia dei media – che invita a pensare radicalmente il nostro rapporto con le tecnologie digitali (e non solo), quanto meno iniziando a recuperare le matrici culturali di strumenti e dispositivi, ignorando le quali pare piuttosto improbabile anche solo imbastire un ragionamento fondato – e perciò stesso responsabile – senza scivolare nelle consuete e tecnofobiche contrapposizioni tra uomo e macchina, naturale e artificiale, reale e virtuale.

    La riflessione si completa affrontando il tema del controllo nella relazione tra educazione e tecnologie digitali, esplorando il dibattito tra protezione e responsabilizzazione. Platone, con la sua critica alla scrittura nel Fedro, anticipa la questione della perdita del controllo sulla conoscenza, un tema ripreso anche da Meyrowitz (1985) e Buckingham (2019) nel contesto della digitalizzazione. Le implicazioni pedagogiche del controllo, sono analizzate evidenziando come la regolazione dell’accesso all’informazione non sia sinonimo di educazione, ma rischi di essere una forma di deresponsabilizzazione della società adulta. L’analisi si sofferma sulla Media Literacy come strumento per sviluppare pensiero critico, responsabilità e resistenza nei confronti delle pratiche digitali. Si discute poi il ruolo delle “3 a” di Tisseron (2024) – alternanza, autoregolazione e accompagnamento – come strategie educative per favorire un uso consapevole delle tecnologie. L’esito è una presa di posizione contro la nostalgia per un passato senza media digitali: la necessità, oggi, è di formare cittadini in grado di navigare il presente e il futuro con consapevolezza.

    Il digitale sta cambiando radicalmente il nostro modo di vivere, pensare e interagire, ma non siamo condannati a subirne gli effetti passivamente. Comprendere come funzionano gli strumenti digitali, come contribuiscono a plasmare il nostro pensiero e come possiamo usarli a nostro vantaggio è essenziale per affrontare il futuro con maggiore consapevolezza. La sfida che abbiamo di fronte non è demonizzare la tecnologia, ma capirne il funzionamento e le conseguenze per utilizzarla in modo critico e responsabile. Non intendiamo trovare e proporre risposte definitive, ma stimolare una riflessione profonda su cosa significhi essere umani nell’era digitale.

    CONCLUSIONE. Per una scuola come quella della Sacra Famiglia, la questione tecnologica è una nuova sfida che -insieme a quella della socialità e dell’interiorità/trascendenza- vogliamo vivere in modo appassionato. L’educazione vive nel terreno di mediazione tra gli opposti del lasciar correre / lasciar crescere come una pianta lasciata a sé stessa e il proibire, vietare, “castrare”. E soprattutto l’educazione vive di una relazione che dentro ogni cosa nuova che accade scopre una traccia di infinito, la strada verso la felicità della vita del piccolo e dell’adulto.

    Client

    di Antonio Consonni, dirigente educativo

    Date

    18 Ottobre 2025

    Tags

    Educare

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