Newsletter della Scuola e dell’Educazione 157
sabato 1 novembre 2025
INDICE
DOSSIER. La vita (e il capolinea della ‘morte’) lo sguardo dei bambini, le parole degli adulti
ARTICOLO. La morte spiegata ai bambini e anche agli adulti
ARTICOLO. «…anche fare i conti con l’idea della morte aiuta ad avere una buona vita»
ARTICOLO. La Pasqua sconfigge il nulla: la lezione laica della resurrezione
DOSSIER. La vita (e il capolinea della ‘morte’) lo sguardo dei bambini, le parole degli adulti

Questi giorni d’autunno, il cadere delle foglie gialle e rosse dagli alberi, s’accompagna ai pensieri (e all’esperienza) del morire dentro la vita. O perché la irridiamo con la festa di Halloween, o perché ne subiamo il fascino per ‘raggiungere’ un caro/una casa che ci ha lasciato senza preavviso, o perché un figlio/una figlia; una moglie o un marito; un adulto importante è morto lasciando un grande vuoto… per tutti -piccoli e grandi, credenti e atei, bianchi e neri- arriva un giorno in cui ci incontriamo o ci scontriamo con ‘sorella morte’ (così la considerava s. Francesco a un certo punto della sua vita.
La morte, mai così presente ed ostentata come ai nostri giorni, eppure così lontana e preclusa nella vita ordinaria agli adulti e ancor di più ai bambini e alle bambine. Quando invece la morte bussa alla porta della nostra casa o di amici ci sentiamo sprovveduti e, pensando di proteggere i nostri figli, facciamo in modo che rimanga fuori dalla porta. Ma loro ci guardano, fanno domande, cercano informazioni. E noi siamo interpellati a trovare risposte con parole, visioni, posture, cadute e risalite, non solamente sulla ‘morte’ ma anche sul senso della vita. È importante tuttavia cercare insieme di superare i silenzi o le spiegazioni fantasiose che lasciano bambine/bambini e adolescenti soli e smarriti servendoci di racconti e di albi illustrati.
Questo DOSSIER lo abbiamo preparato cercando di raccogliere alcune riflessioni che altri hanno fatto su questa dimensione della nostra vita.
Nel primo articolo presentiamo il libro di Jean-Jacques Charbonier, LA MORTE SPIEGATA AI BAMBINI E ANCHE AGLI ADULTI (Tecniche nuove, 2025) nel quale l’autore medico spiega cos’è la vita, cos’è la morte ed espone la sua personale visione su questo argomento delicato per offrire un aiuto a tutti gli adulti che si trovano in difficoltà nell’affrontare il tema della morte con i bambini, proponendo un punto di vista da cui si giunge a considerare in modo diverso anche la vita. È un racconto scritto in forma di dialogo che il medico fa con i bambini, o con chiunque voglia ascoltarlo, a cui spiega con un linguaggio semplice tematiche che di solito vengono evitate dagli adulti a casa e a scuola.
Nel secondo articolo presentiamo un’intervista di Alessandra Stoppini·ad Antonio Polito sul suo nuovo libro QUALCOSA DI NOI RESTERÀ (Mondadori 2025, Collana Strade Blu), pensieri controcorrente sulla morte nell’era dell’immortalità (per gentile concessione del sito santalessandro.org. Alla ricerca di un senso conduce un’inchiesta che intreccia riflessioni, testimonianze ed esperienze con uno sguardo intimo e autobiografico. Un viaggio, il suo, nel mistero, che diventa occasione per interrogarci non solo su cosa ci attende, ma anche su come vivere meglio da ora ad allora, finché siamo in tempo.
Nel terzo articolo il famoso psicoanalista Massimo Recalcati presenta il senso ‘cristiano’ della vita e, in essa, il significato del morire con La Pasqua sconfigge il nulla: la lezione laica della resurrezione. Da questo punto di vista, la fede nella risurrezione di Gesù ci consola e ci illumina: «più che un episodio sovrannaturale - la rianimazione di un morto – la risurrezione è un evento che rompe la nostra rappresentazione ordinaria della vita e della morte. È possibile che qualcosa resti indistruttibile, che nemmeno il potere della morte sia in grado di distruggere…»
Non ignoriamo dunque le domande fondamentali dei nostri figli (e di noi adulti) sul senso della vita. Il dolore e la morte non possono essere evitati o superati con altri bei pensieri, ma vanno ‘attraversati, perché solo così potranno crescere. E tutto questo lo dimostrano le neuroscienze. Tutti questi pensieri li consideriamo come semi gettati nel cuore di ciascuno di voi. Ci piacerebbe continuare questa riflessione sulla vita e sulla morte che tutti ci accomuna, e a partire dalla vostra esperienza, arricchirci vicendevolmente.
ARTICOLO. La morte spiegata ai bambini e anche agli adulti

La morte spiegata ai bambini e anche agli adulti è un tema che suscita spesso emozioni complesse, domande profonde e riflessioni esistenziali. Nonostante sia un argomento universale, parlare di morte può risultare difficile, soprattutto perché coinvolge il nostro senso di mortalità, il dolore della perdita e le incertezze sulla vita oltre questa esistenza. Tuttavia, affrontare l’argomento con sincerità, delicatezza e comprensione può aiutare sia i bambini che gli adulti a convivere meglio con questa realtà e a sviluppare una visione più serena e consapevole della vita e della morte. In questo articolo, esploreremo come spiegare la morte in modo appropriato ed empatico, adattando il discorso alle diverse età e alle diverse situazioni, con l’obiettivo di favorire una maggiore comprensione e accettazione.
Perché è importante parlare di morte con bambini e adulti.
[Il ruolo della comunicazione sulla morte] Parlare di morte è fondamentale per evitare tabù e silenzi che possono generare paura, confusione o senso di colpa. Per i bambini, che stanno ancora formando la loro visione del mondo, una spiegazione sincera e rassicurante può aiutarli a comprendere cosa accade quando una persona amata muore, riducendo shock e traumi futuri. Per gli adulti, affrontare il tema con onestà permette di elaborare il lutto in modo più sano e di vivere la perdita come parte integrante dell’esperienza umana.
[Favorire l’accettazione e la serenità] Comprendere che la morte fa parte del ciclo naturale della vita aiuta ad accettarla con maggiore serenità. La consapevolezza della mortalità può anche spronare a vivere pienamente, valorizzando ogni momento e le relazioni con le persone care.
Come spiegare la morte ai bambini.
Adattare il linguaggio e il tono. Quando si parla di morte ai bambini, è importante usare un linguaggio semplice, diretto e privo di eufemismi che possano creare confusione. Evitare termini ambigui o troppo tecnici, preferendo parole come “è finita”, “non tornerà più”, “ha lasciato questo mondo”. La chiarezza aiuta il bambino a capire che si tratta di un evento irreversibile, senza creare false speranze o fraintendimenti.
Essere onesti e sinceri. Rispondere alle domande dei bambini con sincerità, adattando le risposte alla loro età, è fondamentale. Se non si conosce una risposta, è meglio ammetterlo piuttosto che inventare spiegazioni improbabili. La sincerità costruisce fiducia e permette al bambino di sviluppare una percezione realistica del mondo.
Rassicurare e offrire sostegno. È importante rassicurare il bambino che, nonostante la perdita, ci sono persone che lo amano e che il suo dolore è normale. Mostrare empatia, ascoltare le sue emozioni e offrirgli affetto aiuta a normalizzare il lutto e a sentirsi meno soli.
Utilizzare storie e simboli. Le storie, le fiabe e i simboli religiosi o culturali possono aiutare i bambini a comprendere il concetto di morte in modo più naturale. Ad esempio, si può parlare di personaggi che vanno in un “posto speciale”, o di fiori che appassiscono, spiegando che tutto nella natura ha un ciclo di vita e morte.
Gestire il proprio dolore davanti ai bambini. I bambini osservano e assorbono le emozioni degli adulti. È importante mostrare come si affronta il lutto con dignità e senza nascondere le proprie emozioni, in modo da insegnare anche a loro a esprimere il dolore e a chiedere aiuto quando necessario.
Come affrontare la morte negli adulti
Accettare il dolore e il lutto. Per gli adulti, affrontare la morte di una persona cara implica un processo di elaborazione del dolore, che può durare settimane, mesi o anni. È importante permettersi di vivere il lutto senza giudizio, accogliendo le emozioni e cercando supporto quando necessario.
Le fasi del lutto. Il percorso di elaborazione del lutto può seguire diverse fasi, spesso rappresentate come:
Comprendere queste fasi può aiutare a gestire meglio le proprie emozioni e a chiedere aiuto professionale se necessario.
Come affrontare la perdita. Ecco alcuni consigli utili:
Riflessioni sulla mortalità e sul senso della vita. La morte ci invita a riflettere sulla nostra esistenza, sui valori che vogliamo portare avanti e sulle relazioni che desideriamo coltivare. È un momento di consapevolezza che può stimolare a vivere in modo più autentico, a perdonare, a lasciar andare rancori e a valorizzare ogni giorno.
Risposte alle domande più frequenti sulla morte
Perché la morte esiste? La morte fa parte del ciclo naturale della vita. Senza di essa, il mondo non potrebbe evolversi, crescere e rinnovarsi. È un processo che permette alla vita di continuare e di generare nuove forme di esistenza.
Che cosa succede dopo la morte? Le risposte variano a seconda delle credenze religiose, spirituali o filosofiche. Per alcune persone, c’è un aldilà o una reincarnazione, per altre la morte rappresenta la fine definitiva. La cosa importante è rispettare le diverse visioni e trovare una propria risposta che dia conforto e senso.
Come aiutare un bambino a superare la perdita di una persona cara? Ascoltarlo con pazienza, rispondere alle sue domande con sincerità, mantenere una routine stabile e offrire tanto affetto sono le chiavi per supportarlo. È anche utile coinvolgerlo in rituali di ricordo e di celebrazione della vita della persona scomparsa.
Conclusione. Parlare di morte ai bambini e agli adulti richiede sensibilità, empatia e onestà. È un passo fondamentale per vivere la vita con più consapevolezza, accettare le perdite e trovare un senso profondo nel ciclo naturale dell’esistenza. Affrontare il tema con apertura e rispetto permette di trasformare il dolore in opportunità di crescita e di avvicinarsi alla vita con maggiore pienezza e gratitudine. Ricordiamoci che, anche se la morte è una fine, può anche essere un momento di riflessione, di ricordo e di rinnovamento interiore.
ARTICOLO. «…anche fare i conti con l’idea della morte aiuta ad avere una buona vita»

Nel nostro eterno “presentismo” la parola morte è bandita, perché ci fa troppa paura. Eppure, i telegiornali sono pieni di immagini raccapriccianti, dove le vittime di guerre crudeli sono protagoniste di un sanguinoso gioco al massacro.
Nel saggio “Qualcosa di noi resterà. Come sopravvivere alla morte” (Mondadori 2025, Collana Strade Blu) l’autore Antonio Polito affronta il tema della morte con lo scrupolo del giornalista e la sensibilità dell’uomo. Alla ricerca di un senso conduce un’inchiesta che intreccia riflessioni, testimonianze ed esperienze con uno sguardo intimo e autobiografico. Un viaggio, il suo, nel mistero, che diventa occasione per interrogarci non solo su cosa ci attende, ma anche su come vivere meglio da ora ad allora, finché siamo in tempo.
Dialoghiamo con Antonio Polito, giornalista e scrittore, editorialista del “Corriere della Sera” per la politica italiana ed europea. Collabora con la trasmissione di approfondimento “Porta a Porta” ed è tra i più noti commentatori televisivi.
«Il nostro tempo, a differenza dei secoli passati, ha avvolto la morte in un alone di vergogna, la nasconde dietro il paravento di un ospedale. Tutto avviene in segreto, e in privato. La morte è oggi innominabile, l’attimo fatidico pudicamente nascosto. Niente deve turbare la corsa alla felicità che è l’imperativo della nostra epoca.
Oggi sarebbe impossibile immaginare un Compianto, nessuno prende tra le braccia il corpo nudo di una persona cara scomparsa. Ci affidiamo a dei professionisti, che fanno il lavoro per noi. La perdita di consapevolezza è un aspetto del rifiuto della morte stessa, una negazione, la bugia che ci diciamo per continuare a sopravvivere ignari. Oggi si può parlare di sesso in pubblico, ma non di morte. Dice invece un proverbio buddista del Bhutan: “Per essere davvero felici bisogna pensare alla morte cinque volte al giorno”. Cotidie morimur. “Non solo e non tanto nel senso che ogni istante possiamo pensare alla morte, ma perché la vita si costituisce proprio di fronte alla morte”, mi ha detto Massimo Cacciari».
«Penso che sia frutto di paura, e di mancanza di speranza. Nel quindicesimo e sedicesimo secolo, invece, si diffuse una iconografia che metteva al centro proprio il momento della morte: le Artes Moriendi. Si pensava infatti che l’attimo del trapasso fosse la prova suprema di una vita e che, da come una persona l’avrebbe affrontata, dipendeva buona parte del suo destino nell’aldilà, se sarebbe stato di salvezza o di dannazione».
«Descrivendo l’attimo della morte, che cosa succede all’anima, che cosa succede al corpo, tento di contestare la congiura del silenzio sul momento cruciale di una intera vita. Parlando del distacco e dell’addio, provo a descrivere tutti i riti di passaggio, il funerale, il cordoglio, il ricordo dei cari, la sepoltura, che accompagnano chi resta e danno una speranza sul futuro di chi se n’è andato.
Affrontando il tema della speranza dell’immortalità, che non appartiene certo solo ai credenti ma che anzi ormai viene considerata perfino dalla fisica quantistica e dai tycoon della Silicon Valley, cerco di spiegare perché fin dal Paleolitico, centomila anni fa, gli esseri umani hanno sempre pensato che ci fosse qualcosa dopo la morte, che qualcosa di noi resterà».
«Molti credono che la cosa più importante del morire sia non provare dolore. Chi lo pensa ha tutto il diritto di comportarsi di conseguenza. La domanda è se debba occuparsene lo Stato e a quali condizioni.
Già oggi l’omicidio del consenziente non è più reato, in seguito a due pronunciamenti della Corte costituzionale, se ricorrono particolari condizioni del malato, in particolare se si tratta di un malato terminale. Ma la nuova legge, a cui si sta lavorando, deve comunque evitare il rischio di una svalutazione della vita umana, che apra le porte all’abbandono dei più deboli, dei più anziani, dei più soli, dei più malati. Ricordiamo che nessuno è incurabile, anche se è inguaribile.
È importante che una società come la nostra si garantisca dal rischio che l’eutanasia sia decisa sulla base di un calcolo costi-benefici. Mentre bisogna lasciare il più possibile nelle mani delle persone, delle loro famiglie e della sensibilità dei medici, anche attraverso forme di codici deontologici, la decisione sul comportamento caso per caso».
ARTICOLO. La Pasqua sconfigge il nulla: la lezione laica della resurrezione

Nella tradizione cristiana la Pasqua celebra la risurrezione di Gesù Cristo. L'esperienza della morte sulla croce viene riscattata da quella della vita che ritorna in vita dopo la sua fine dando definitiva morte alla morte. Quale lezione laica possiamo ricavare da questo racconto? Innanzitutto la Pasqua cristiana presuppone l'esperienza dell'abbandono assoluto: la notte del Getsemani e il supplizio della crocifissione precedono l'avvento della risurrezione.
È questo un primo grande insegnamento: l'esperienza della caduta e della sconfitta – di cui la morte è la figura più definitiva e scabrosa – non può essere aggirata, sebbene non sia l'ultima parola possibile sulla vita. È la lettura che Walter Benjamin dà dell'Angelo della storia: il movimento inesorabile del tempo storico che lascia alle sue spalle macerie e distruzione non può non tenere conto della necessità di dare agli sconfitti e a tutti coloro che sono stati vittime dell'ingiustizia una possibilità di riscatto e di speranza. Per questo lo sguardo dell'Angelus novus resta rivolto all'indietro: il progresso irreversibile della storia non può dimenticare gli ultimi, gli esclusi, i dannati della terra.
Se riprendiamo alla lettera il racconto evangelico della risurrezione, troviamo al centro del mistero pasquale la scoperta del sepolcro vuoto. Per Michel de Certeau è la cifra più fondamentale del cristianesimo: l'assenza del corpo di Cristo descrive una forma radicale della presenza, una sorta di magnete che genera desiderio, parola, scrittura, vita. Il vuoto del sepolcro ci costringe a cercare Gesù tra i vivi e non tra i morti.
È questa un'altra lezione fondamentale della Pasqua cristiana: esiste sempre un resto indistruttibile – eternamente vivente - in ogni morte. Sempre, qualcosa di chi non è più con noi, resta con noi. Un grande filosofo, recentemente scomparso, ha lasciato ai suoi cari un biglietto di congedo con scritto: "portatemi con voi". Non chiede di essere rimpianto o compianto come un morto tra i morti, ma di essere portato come vivo da chi è ancora vivo.
Lezione essenziale che si combina con un'altra altrettanto decisiva: come si può restare fedeli all'evento che ha cambiato la nostra vita? Per i suoi discepoli, Gesù è stato, infatti, questo evento. La sua morte impone il problema della sua eredità. Accade per ciascuno di noi: sono stato fedele all'incontro che ha cambiato la mia vita? L'incontro con un amore, con un maestro, con un ideale, con una vocazione? Ho vissuto coerentemente con quell'incontro, con la decisione necessaria, assumendomene pienamente il rischio? Oppure ho tradito, ho voltato le spalle, ho ripudiato quell'evento?
Il nostro tempo non crede più nel carattere inaudito dell'incontro. Più che un episodio sovrannaturale - la rianimazione di un morto – la risurrezione è un evento che rompe la nostra rappresentazione ordinaria della vita e della morte. È possibile che qualcosa resti indistruttibile, che nemmeno il potere della morte sia in grado di distruggere? È possibile che un vuoto – quello del sepolcro nel racconto cristiano – divenga motore di un desiderio, di una vita nuova? Nell'immagine benjaminiana dell'angelo della storia, gli innumerevoli morti caduti nell'ingiustizia e nell'oblio attendono ancora di essere riscattati. I loro resti continuano ad ardere come braci che non si spengono. Accade con tutti i nostri innumerevoli morti, quelli che abbiamo amato e perduto. La risurrezione di Gesù mostra il carattere indistruttibile di ciò che resta. È un grande tema biblico che unisce la Torah ai Vangeli: è solo in ciò che resta - nella pietra di scarto - che dobbiamo vedere la possibilità di un nuovo inizio. Le apparizioni di Gesù dopo la sua morte di fronte ai suoi discepoli abbattuti per la perdita del loro maestro, hanno il potere di riattivare il loro desiderio rendendo più forte la loro fede. Queste apparizioni non devono essere lette come delle suggestioni psicologiche o dei fenomeni soprannaturali, perché sono il ritorno di chi se n’é andato da questa vita, ma continua a restare con noi. Possiamo leggerle come un appello a restare fedeli a ciò che è stato per noi l'evento dell'incontro. Si tratta di un appello al quale è necessario rispondere per non lasciare alla morte l'ultima parola. Per questo Paolo di Tarso poteva affermare che «se Cristo non è resuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede». È solo la fedeltà all'evento a rendere l'evento ancora vivo. Ogni incontro degno di questo nome è il nome di qualcosa che non smette di risorgere, di venire alla luce, di bruciare, di essere sempre con noi.
La resurrezione cristiana non è allora la proiezione di un desiderio illusorio di immortalità che rinvierebbe ad una felicità ultraterrena, ma un evento che esige fedeltà. Il nostro tempo che ha decapitato l'esperienza della trascendenza e del mistero, non può pensare alla risurrezione se non come a una storia consolatoria a lieto fine. Il nostro tempo non concede più spazio all'evento irripetibile dell'incontro che può rendere la vita nuova. L'evento della risurrezione ci invita, invece, a pensare che è ancora possibile dire, come ricordava Gabriel Marcel, a qualcuno che si ama profondamente: «Tu non morrai!». È la lezione più profonda della Pasqua cristiana: contro la spietata evidenza del nulla, il risorto ci ricorda che qualcosa può restare, che non tutto quello che è stato è destinato a divenire nulla.