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    522. SECONDARIA. Ricordare per un futuro migliore. Giornata della Memoria 2026

    522. SECONDARIA. Ricordare per un futuro migliore. Giornata della Memoria 2026

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    “Perché?”

    “Cosa?”

    “Perché, prof?”

    … mi resi conto di non avere una risposta. Ma la mia giovane alunna mi guardò e mi sorrise.

    “Forse, prof, perché risposta non c’è….”

    Spiegare la Shoah per noi professori non è semplice. In primo luogo perché l’atrocità e la crudeltà efferata dell’uomo, manifestate in quella circostanza storica, ci spingono a riflettere su come parlarne ai ragazzi; ma, soprattutto, per quella domanda che ci viene posta tutte le volte.

    Perché?

    Come rispondere?

    Cosa rispondere quando anche tu non riesci a comprendere come sia stato possibile.

    Quest’anno abbiamo scelto di affidare il momento di riflessione al teatro, un’arte così particolarmente coinvolgente che arriva al cuore. Nella mattina del 27 gennaio ogni classe ha potuto vivere un particolare momento che in tantissimi non si aspettavano: la porta dell’aula si apriva all’improvviso e due donne con la stella gialla sul petto cadevano fra i banchi, a ricordare la violenza dei rastrellamenti tedeschi. I ragazzi si alzavano dai loro posti, qualcuno ha urlato: “Ma che sta succedendo?” e, dopo i primi istanti di smarrimento, qualcuno non è riuscito a trattenere le risate, naturale reazione alla vista di due docenti conosciute che si stavano prestando a recitare una parte.

    Ma poi le parole di un brevissimo testo sulla deportazione, recitato fra lacrime e terrore, ha fatto spegnere i sorrisi, ha fatto tacere le voci, ha fatto abbassare gli sguardi, spesso commossi. “Loro urlavano e ci puntavano il fucile alle tempie”… “Ci dicevano di prendere tutto e ci caricavano sul treno” … “Il ghetto non va più bene adesso?”. Il treno immaginario partiva e portava le due deportate lontano dalla loro quotidianità. Ultima fermata: Auschwitz. “Un lucchetto? Perché chiudono il vagone? Di cosa hanno paura? Che qualcuno di noi salti dal treno in corsa? E anche se uno di noi dovesse salvarsi che differenza fa?” E nell’eco di queste ultime parole, iniziava uno struggente lamento sulla famosa canzone di Francesco Guccini a raccontare che non ci fu ritorno per le due donne, se non nel vento e nella cenere. Come erano apparse, così se ne andavano fra i raggi del sole che penetrava dalle porte delle aule, lasciando dietro di loro silenzio. Nessuna risposta, nessun ritorno in classe nonostante qualche gruppo di studenti ha accennato un applauso.

    Perché? 

    Anche quest’anno la domanda è ritornata prepotentemente a far vacillare noi adulti; vorremmo solo dire ai nostri ragazzi che quella fu l’ultima volta che l’uomo usò violenza su un altro uomo. Ma purtroppo non possiamo dar loro questa speranza perché la quotidianità ci racconta che ancora tutto continua, che l’uomo sembra non aver imparato dagli errori del passato e sembra non essere intenzionato a fermarsi. Risposta veramente non c’è? Non riusciamo a capire? Allora l’unica cosa che ci resta da fare è dire ai nostri ragazzi di essere più forti e migliori di noi, di ricordare, di sognare, di sperare e soprattutto di amare l’altro. Così, una volta grandi, loro non si troveranno come noi a dover convivere con inspiegabili perché, ma a vivere con un “Se si vuole, è possibile.”

    Recitare quella mattina in mezzo a loro è stato emozionante anche per me perché nei loro sguardi ho visto quella forza che potrebbe far posare il fumo e la cenere e far brillare la luce del sole.

    Client

    prof.ssa Federica Moscheni, Insegnante di Lettere

    Date

    31 Gennaio 2026

    Tags

    Cerioli

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