C’è un momento, verso la fine di giugno, in cui le aule sembrano trattenere il respiro. I banchi portano ancora i segni di un anno intero, come un’incisione distratta o qualche macchia di pennarello. Le lavagne, cancellate a metà, custodiscono le ultime tracce di un percorso che ha avuto inizio in un settembre lontano, quando le cartelle erano nuove e le aspettative più grandi dei bambini che le portavano.
Siamo arrivati alla fine. O meglio: siamo arrivati a una soglia. Perché ciò che si conclude in queste settimane non è davvero un termine, ma la pausa necessaria tra un atto e l’altro di una storia più lunga, che è quella della crescita, dell’apprendimento, della vita che si costruisce giorno dopo giorno tra queste mura.
Un anno scolastico non si misura soltanto in voti e pagelle, ma in sguardi che si accendono, in domande che sorprendono, in piccoli traguardi che valgono quanto grandi conquiste.
Ogni anno scolastico è un impegno collettivo. Lo è per gli insegnanti, che ogni mattina varcano la soglia portando con sé la responsabilità di tenere viva l’attenzione, la curiosità, il desiderio di sapere. Lo è per le famiglie, che accompagnano, sostengono, a volte inciampano insieme ai propri figli nel labirinto dei compiti, delle verifiche, delle piccole crisi. Lo è soprattutto per i bambini e i ragazzi, che, spesso senza rendersene conto, compiono ogni giorno un atto di fiducia: credere che ciò che imparano abbia un senso, che la fatica valga qualcosa.
Quest’anno non è stato diverso dagli altri nella sua struttura, ma ogni anno è diverso dagli altri nella sua sostanza. Perché ogni classe è un organismo vivo, con la sua personalità, le sue tensioni, il suo ritmo. Ci sono stati momenti di stanchezza e momenti di slancio, giornate in cui tutto sembrava difficile e giornate in cui la luce entrava dalle finestre e qualcosa come una parola, un’intuizione o un sorriso, faceva capire che ne valeva la pena.
A settembre si tracciano obiettivi: competenze da sviluppare, contenuti da acquisire, abilità da consolidare. Molti di questi traguardi sono stati raggiunti, e di questo siamo grati a noi stessi, ai colleghi, alle famiglie, ma soprattutto agli alunni che hanno provato a lavorare con serietà e determinazione.
Ma i traguardi più preziosi, spesso, non erano nei programmi. La bambina che a ottobre non osava alzare la mano e che a maggio ha presentato un elaborato davanti all’intera classe. Il ragazzo che faticava con la lettura e che ha scoperto, quasi di nascosto, il piacere di una storia. L’alunna che ha imparato a chiedere aiuto senza vergogna. Questi sono i progressi che non compaiono nelle griglie di valutazione, ma che restano incisi nella memoria di chi insegna e di chi impara.
Viene ora il tempo del riposo. E il riposo è davvero parte integrante dell’apprendimento. La mente ha bisogno di distanza per sedimentare ciò che ha vissuto. I bambini hanno bisogno di tempo libero, di gioco senza scopo, di noia persino: quella noia fertile che è la madre di ogni fantasia.
Alle famiglie chiediamo di custodire questa stagione con cura. Non è necessario riempire ogni ora dell’estate con corsi e attività strutturate. Basta un libro aperto all’ombra di un albero, una conversazione intorno alla tavola, un pomeriggio trascorso a guardare le nuvole. La scuola tornerà, e tornerà più forte se i ragazzi tornano riposati, curiosi, pronti a meravigliarsi di nuovo.
Anche per noi insegnanti l’estate è un tempo prezioso: di lettura, di studio, di riflessione su ciò che è stato e su ciò che potrebbe essere migliorato. Torneremo a settembre con idee nuove, con energie rinnovate, con la consapevolezza che il lavoro educativo non si improvvisa, ma si coltiva anche nel silenzio delle vacanze.
Ci sono, in questo fine d’anno, saluti che hanno il sapore particolare dei compimenti. I bambini che lasciano la Scuola dell’Infanzia portano con sé qualcosa di inestimabile: i primi amici, le prime regole condivise, la scoperta che il mondo oltre la propria casa è un luogo che vale la pena esplorare. A loro, piccoli esploratori che affrontano ora l’avventura della primaria, diciamo grazie per averci insegnato come si guarda il mondo quando tutto è ancora stupore.
Ai bambini che terminano il loro ciclo alla Scuola Primaria va un saluto speciale. Cinque anni: un tempo che sembra lungo quando si comincia, e brevissimo quando si volta indietro a guardarlo. Siete entrati che non sapevate ancora leggere, e uscite con gli strumenti per comprendere il mondo. Avete imparato le parole, i numeri, le storie, la fatica e la soddisfazione. Portate tutto questo con voi: è vostro, e nessuno ve lo potrà togliere.
C’è un gruppo di ragazzi, quest’anno, che si trova a varcare una soglia più impegnativa delle altre: i ragazzi di terza media, prossimi all’esame di Stato. A loro vogliamo dedicare le parole più affettuose e sincere. L’esame può far paura, è normale. Sarebbe strano se non fosse così. Ma sappiate che la paura, quando nasce da qualcosa che ci importa davvero, è una forma di rispetto verso noi stessi e verso il percorso che abbiamo fatto. Voi non siete gli stessi di tre anni fa. Avete studiato, sbagliato, corretto, riprovato. Avete imparato che la difficoltà non è un ostacolo, ma parte della strada. Portate all’esame tutto ciò che siete: la curiosità, la determinazione, persino l’incertezza, perché chi sa di non sapere tutto è già a metà dell’apprendimento. Rispondete con onestà, ragionate con calma, fidatevi di voi stessi. I vostri insegnanti credono in voi. Le vostre famiglie credono in voi. E, se ci permettete, anche noi, da queste pagine, crediamo in voi. IN BOCCA AL LUPO, RAGAZZI.
A tutta la comunità scolastica (insegnanti, famiglie, personale ATA, collaboratori) va il ringraziamento più sincero per un anno condiviso con impegno e dedizione. La scuola è fatta di persone prima che di edifici, e queste persone — voi — ne sono il cuore pulsante.
Buona estate a tutti!